Perché le parole, quando vengono scelte bene, riescono a coprire anche le crepe più profonde.
Un fallimento diventa “una fase complicata”, una disfatta si trasforma in “un’esperienza”.
Le macerie vengono fotografate da lontano, con la luce giusta, così da sembrare quasi paesaggio. Si costruisce una narrazione lucida, patinata, quasi eroica, e così chi ascolta, per un momento, ci crede pure. Poi però arriva qualcun altro che non si accontenta del racconto, e prende la calcolatrice.
Non per convenienza, non per vanità, non per propaganda. Lo fa solo per capire. E allora i conti iniziano a parlare una lingua diversa. Fredda, impersonale, spietata. Le somme non tornano.
I numeri raccontano perdite mascherate da conquiste. Gli anni celebrati come una scalata si rivelano un lento precipitare. Dietro le parole altisonanti restano debiti morali, occasioni distrutte, rapporti consumati, tempo buttato via. Ed è lì che la realtà diventa quasi imbarazzante da guardare.
Perché il problema non è aver fallito, chiunque fallisce. Il problema è aver passato anni a truccare il bilancio dell’esistenza, raccontandosi — e raccontando agli altri — una versione addolcita di ciò che è stato. Una mistificazione continua. Uno spettacolo costruito per non ammettere che le cose sono andate male. Molto male. Eppure anche davanti all’evidenza, davanti a quel totale terrificante che compare sul display, c’è sempre chi trova un colpevole esterno. In elenco: la sfortuna, gli altri, l’invidia, il sistema. Ovviamente, mai sé stesso. Ma la calcolatrice ha un difetto tremendo: non prova compassione. Non si lascia sedurre dalle immagini costruite, dai racconti epici, dalle pose. Lei restituisce solo il risultato finale. E a volte quel risultato è talmente crudele da far capire che il vero fallimento non è perdere.
È aver avuto bisogno di mentire per non guardare il conto reale della propria vita.

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