Cronisti dell’ovvio e profeti del già detto
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giovedì 4 giugno 2026
L'ennesimo segreto di Fatima
Per fiction
Negli ultimi anni – e quando si dice “ultimi anni” si intendono almeno cinque, forse sette – abbiamo assistito a una proliferazione di presunte opere di carità. Ma cosa sono davvero? Spesso non sono altro che parole spese male e gesti arrangiati, messi in scena sotto l’etichetta della solidarietà.
Saliva al vento
Lo spettacoliere
Non perché cambi qualcosa.
Ma perché deve dimostrare che lui sì, “ha capito”.
Gli altri? Distratti. Insensibili. Superficiali.
Lui invece no. Lui vede oltre. Lui sente di più. Lui sa.
E quindi via con azioni inutili spacciate per rivoluzioni,
frasi vuote dette con tono solenne,
gesti sciocchi raccontati come se fossero geniali.
Il punto non è fare qualcosa di significativo.
Il punto è farlo sembrare tale.
E nel frattempo creare distanza:
“noi” che abbiamo capito
e “voi” che non siete ancora arrivati.
Se per sembrare migliori serve tutto questo teatro, forse il problema è proprio lì.
Il velato
Nostalgia canaglia
Seneca al tempo di elezioni
"Oggi impariamo, domani vinciamo"
I conti che non tornano
Perché le parole, quando vengono scelte bene, riescono a coprire anche le crepe più profonde.
Un fallimento diventa “una fase complicata”, una disfatta si trasforma in “un’esperienza”.
Le macerie vengono fotografate da lontano, con la luce giusta, così da sembrare quasi paesaggio. Si costruisce una narrazione lucida, patinata, quasi eroica, e così chi ascolta, per un momento, ci crede pure. Poi però arriva qualcun altro che non si accontenta del racconto, e prende la calcolatrice.
Non per convenienza, non per vanità, non per propaganda. Lo fa solo per capire. E allora i conti iniziano a parlare una lingua diversa. Fredda, impersonale, spietata. Le somme non tornano.
I numeri raccontano perdite mascherate da conquiste. Gli anni celebrati come una scalata si rivelano un lento precipitare. Dietro le parole altisonanti restano debiti morali, occasioni distrutte, rapporti consumati, tempo buttato via. Ed è lì che la realtà diventa quasi imbarazzante da guardare.
Perché il problema non è aver fallito, chiunque fallisce. Il problema è aver passato anni a truccare il bilancio dell’esistenza, raccontandosi — e raccontando agli altri — una versione addolcita di ciò che è stato. Una mistificazione continua. Uno spettacolo costruito per non ammettere che le cose sono andate male. Molto male. Eppure anche davanti all’evidenza, davanti a quel totale terrificante che compare sul display, c’è sempre chi trova un colpevole esterno. In elenco: la sfortuna, gli altri, l’invidia, il sistema. Ovviamente, mai sé stesso. Ma la calcolatrice ha un difetto tremendo: non prova compassione. Non si lascia sedurre dalle immagini costruite, dai racconti epici, dalle pose. Lei restituisce solo il risultato finale. E a volte quel risultato è talmente crudele da far capire che il vero fallimento non è perdere.
È aver avuto bisogno di mentire per non guardare il conto reale della propria vita.







