C’è una figura ormai conclamata nella nostra bizzarra società: il correttore civico. Non disturba — istruisce. Senza invito, senza dubbio, senza vergogna.
È quello che ti spiega come vivere mentre lui stesso annaspa nelle basi. Dispensa indicazioni, comportamenti, ammonimenti.
Peccato che, più che consigli, siano esibizioni:
di sicurezza vuota, di competenza immaginata, di un’autorità che esiste solo nel tono.
Ed ecco allora la maestrina improvvisata: severa, inflessibile, convinta. Un dettaglio sfugge — non ha mai imparato a indossare quei panni. Ma li sfoggia comunque, benché le vadano stretti, con una disinvoltura quasi ammirevole.
Nel frattempo le parole scorrono, tante, troppe:
non per capire, ma per stabilire; non per dialogare, ma per decidere — per gli altri.
E ogni mattina si rinnova il rito: sciacquarsi la bocca e decretare cosa è giusto e cosa è sbagliato, cosa dire e cosa non dire, quando parlare e quando stare zitti,
da un pulpito traballante, costruito — palesemente — su parvenze.
Morale della storia?
Prima di fare da guida, sarebbe utile almeno sapere dove si è. Perché orientarsi significa sapersi portare, non farsi trasportare.
Nel frattempo si vede benissimo, anche a occhio nudo: nani davanti alle vetrine, intenti ad applaudire ballerine alla loro ennesima giravolta.

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