Negli ultimi anni – e quando si dice “ultimi anni” si intendono almeno cinque, forse sette – abbiamo assistito a una proliferazione di presunte opere di carità. Ma cosa sono davvero? Spesso non sono altro che parole spese male e gesti arrangiati, messi in scena sotto l’etichetta della solidarietà.
Una sorta di devozione improvvisa, scoperta sulla via di Damasco, verso certi temi e certi ambiti. Ma a ben guardare, non è devozione verso la causa: è devozione verso la politicizzazione della causa stessa. Una fuffa costruita ad arte. Non sensibilizza davvero, non avvicina le persone ai problemi: promuove, anzi pubblicizza, chi la mette in scena.
C’è sempre qualcuno pronto a interpretare il ruolo della nuova Greta Thunberg di turno, come se tutti gli altri – magari coetanei – fossero improvvisamente dei colpevoli designati, responsabili a tempo dei mali che si denunciano. È una rappresentazione che serve più a costruire un personaggio che a cambiare le cose.
Basterebbe essere più onesti.
Se chiedi onestà per la tua “patria”, per la tua comunità o per la causa che dici di difendere, la prima cosa che dovresti fare è essere serio. Giocare su un terreno comune. Non avventurarti nel mondo come un Piero Angela improvvisato, convinto di essere il pioniere dei sistemi siderali.
La finzione non paga. E nemmeno il bisogno di proclamarsi santoni o guide morali.
Quello che paga davvero è la semplicità. È l’onestà.
Perché se non sei onesto intellettualmente, non puoi esserlo per la gente, per la società e, alla fine, nemmeno per te stesso.

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