Trova

sabato 13 febbraio 2021

Two solitudes


 

Avevo tagliato e ritagliato i pensieri per farli diventare altro da loro, giocando al comodo e scomodo delle conseguenze. Spingevo le azioni controvento mentendo a me stesso sulle opportunità in caso di spiragli di aria. Pezzetti di puzzle che corrispondevano al vero mi sedavano da slanci di euforia gratuita. Tentavo invano ogni tipo di approccio con la sua sagoma che voleva palesemente scivolare via. Era un’agonia risolta solo dalla luce del giorno che mi colpiva in faccia contestandomi l’oblio. Il ticchettio dell’orologio continuava a essere impietoso nonostante la mia evidente necessità di capire. Niente. I silenzi erano saliva amara da ingoiare. E allora ricominciavo con le manovre di attracco, salendo e scendendo la scala delle probabilità. Dopo aver camminato cieli di qualsiasi definizione di colore sono arrivato al mesto capolinea strappandole sillabe che tratteneva nelle punte dei capelli. Una fatica immane e, oltremodo, brutale. La sua verità, o costruita parvenza, sanciva l'uscita di scena. Conta dei danni. C’avevo lasciato l’anima! Punto e a capo. Quelle che potevano essere vite intrecciate s’irrigidivano in due, definitive, solitudini.

“Ma il tuo corpo ricorderà ciò che la tua mente impara a dimenticare”

martedì 31 marzo 2020

Noi due soli, appoggiati al mondo


Domenica mattina grigio chiara. Il festival è finito da poche ore. Abbiamo bruciato ancora una volta sette giorni di delirio. Lascio il dormiente appartamento. Bacio qualcuno con gli occhi. Lo stomaco si chiude. Vado veloce verso le rotaie. La valigia mi ricorda la partenza, ma anche l’arrivo. Non vado a casa, si balla ancora. 

Salgo sul treno insieme al mondo intero. Postofisso. La scopro di fianco. Semplice, leggera, cortese. Scrive numeri. Siedo e mi nascondo dietro ai miei Marc Jacobs. Ripasso a mente il tragitto. Milano, exchange e poi tuttodunfiato Pescara. Mezza Italia e sono pervaso da euforia. Non è lavoro è vita! Chiamano dalla radio, sono in diretta.  Musica, parole, finale. Torno al mio sedile. Mangia uno snack con un garbo comune solo ad alcune donne. Mi chiede se ne voglio. Misuro bene il mio rifiuto. Non chiudo ad una sua apertura. Bella, di una bellezza certificata, mi chiede chi sono. Rispondo che sono un tipo ammaliato da tutto quello che gli si para intorno. Al finestrino scorrono veloci le istantanee. Giochiamo a città, lavoro, età. Preliminari di un incontro che non aveva un indice. Fisso lo sguardo sui suoi capelli biondo vero (una mia vecchia fissazione).  Non prova imbarazzo. Racconta il suo pezzo di vita. Con tutto il volto rimango intenso sul suo, mentre con la mente razionalizzo la verità. Un tempo fa mi sarei perso dentro di lei seduta stante. Un tempo fa avrei pensato di continuare il viaggio fino a sotto casa sua. Adesso, mutuato dall'entusiasmo di una vita casuale e da un magone corroborante, coglievo quella scena con una consapevole naturalezza. Non è questione di maturità. In certe cose la saggezza solitamente se c’è, anche alla mia età, senevaffanculo. Scompare. Si scioglie nel su e giù della casistica. Ma non è più così, soprattutto dopo gli ultimi roghi.

Non si arrende. So tutto di lei senza proporre uno spunto. Sulle miei lenti si appiccicano come ventose i suoi occhi azzurri. Ancora parole. So tutto di lei, senza battere colpo. Lavoro francese, nido veneto, amore andato. Un giorno normale, in un modo veloce, mi dice. Scappato davanti al peso delle responsabilità. Perfettamente in linea con i tempi. Nonostante riporti a galla il veleno, evidentemente stipato nei gavoni, non cede di un millimetro. Dopo due mosse ho capito infatti che la caparbietà aveva edificato un villino dentro di lei. Sorride masticando, naturalmente, ancorasale. E tu? Io in quel senso mi sono perso, le dico. Credo di non aver mai amato. Boom! Un fendente. Appuntisce lo sguardo. Vuole dettagli. Non riesco mai a codificare quello che mi accade. Ne prima, ne durante e ne dopo. Decido con indecisione. Consumo il presente e non giustifico la costruzione di un “due”. Le confermo la mia “tesi” usando la proverbiale prova provata. Altare, foto cancellate e tanti saluti: un anno e poi cenere. Non batte ciglio. Quasi marmo. Conosce questa via, conto terzi, ma sa. Ed ora? Fluttuo, le dico. Non saprei spiegarlo meglio. Mi faccio portare dal vento controllando attentamente le vele. Prendo passaggi solo per cercare emozioni. Insomma assecondo le possibilità. E tu? Mi relaziono con il mondo, risponde, come non avevo mai fatto. Lavoro, studio, bevo. 

Milano. Raccoglie le cose e raggiunge la fila. Io aspetto. La mia coincidenza è lontana. Ora siamo distanti diversi palmi. Si gira di scatto e concede ai suoi occhi uno sguardo poco allineato con le sue cementificate certezze. Intuisco e faccio spallucce, foriere di un percettibile: è andata così! Per un lunghissimo minuto abbassa e rialza lo sguardo verso di me ad un ritmo quasi psichedelico. Porte aperte. Scorre la fila trainando il trolley e prima di uscire dal mio fuori fuoco lancia un ultimo battito. Rimango dritto sul mio posto assecondando tutto quello che passa il convento e pensando a come sia stato commovente, anche solo per poco tempo, essere stati noi due soli lì, appoggiati al mondo.  


martedì 24 marzo 2020

Io resto!

In questi giorni mi è stato chiesto il perché non me ne sia andato a Sperlonga dove c’è la mia vera casa, dove c’è la mia famiglia (dove “l’aria” è sicuramente meno pesante). Ma io vivo da dieci anni a Fondi. Il mio lavoro è anche qui. La mia vita, almeno per il momento, non può prescindere da questo luogo e da questa gente. Non ho mai pensato di mettermi al riparo diversamente, da quando questa peste è arrivata, ne i miei genitori, che ringrazio, mi hanno forzato a farlo. Ho pensato che quello che in questo momento rappresenta il mio nido, e ciò che lo circonda, va preservato in qualsiasi modo. Ho pensato in pochi secondi che una luce accesa in più, tra i vicoli di questa città sotto assedio, voglia dire speranza, fiducia, futuro. Non andrà tutto bene, CE LA FAREMO, che è diverso.

mercoledì 8 gennaio 2020

Che se ci metto il sale la neve si scioglie…


Nuovo anno, tondotondo. Inizio di una nuova stagione. Momento fatidico: quello dei brividi che sento se penso a cosa vorrei in questi 365 giorni e del chissà cosa, invece, atterrerà. Questi cazzodibuonipropositi. Ormai è routine. Come dal fruttivendolo: vorrei un chilo di questo, mezzo chilo di quello e una manciata di quell’altro ancora. Ma 12 mesi dopo, inevitabilmente, ti accorgi di aver fatto la spesa sbagliata, in modo involontario, ma sbagliata. Vago leggero, ma vestito pesante. Sotto zero; aria cruda di alta quota. Anima fresca la mia, nata e cresciuta dentro al mare. Una commistione geografica che mi stupisce. 

Ecco, lo stupore. Che grande invenzione lo stupore. Spesso rimango stupito dallo stupore rappresentato da paesaggi all’orizzonte che non avevo mai guardato o dal ritornello di una canzone che non avevo mai sentito. Oppure, ed è ancora più sorprendente, lo stupore percepito davanti a due occhi che si parano di fronte ai miei, senza neanche averli cercati. Capelli nero corvino, viso che sorride anche se è posato, braccio teso con il nome scandito sulle punte delle dita. Giovane di quella gioventù da salti di gioia a prescindere. Sud che ritorna. Non troppo, ma sud. 

Caspita, questa situazione non l’avevo proprio considerata. E pensare che sono qui per respirare dopo tanta apnea. Sono qui perché è l’unico posto dove volevo stare. Sono qui perché andare in tutto il resto del mondo non mi interessava. Sono qui perché anche se parlo da solo mi ascoltano in molti. 

I primi dischi di una festa, un Gin Tonic con ghiaccio, come se non bastasse tutta la neve lì fuori; il tepore di questo posto pieno di vita. Lei balla un ballare semplice. La raggiungo e rimango immobile. Penso ai miei anni e credo che siano tanto distanti dai suoi. Penso anche che però nonmenefregauncazzo. Non ho la sindrome da pesce fuor d’acqua e soprattutto lavoro duro ogni giorno per combattere il suo possibile arrivo. Di contro, Peter Pan mi spiccia casa. Allora faccio due passi di danza di fronte a lei cercando di imitare Roberto Bolle. 

Atmosfera di quelle che se volevo deciderla a tavolino non mi veniva neanche se mi chiamavo Briatore. Il dj spinge con ritmi affini alla fauna. Seguo la scia guardando sempre gli argini. Lei è divertita e divertente. Sono sempre più stupito e credo che mi si legga in face. Like a ebete, quasi. Parlo e lei mi ascolta. Parla ed io l'ascolto. Gin Tonic a manetta, come fosse acquaferrarelle, che se non sto attento le dico ti amo in men che non si dica (cosa sorprendente per uno che lo ha detto forse mezza volta in vita sua, forse…). 

Sono le 3 di una notte che finirà nell'albo d’oro delle cose inaspettate. Uno scambio di battute e quelle tracce lasciate per cercarci. Scivolo via, appositamente, con nonchalance. Lo faccio perché non posso sciupare l'attimo con considerazioni banali sul cosa sarà e altre traiettorie che solodiosà.  

Esco fuori guardandola come Jerry Calà guardava Marina Suma (alla quale assomiglia tremendamente) nello storico finale di "Sapore di mare", consapevole del fatto che prima di stanotte lei non c’era, ora c'è e che se ci metto il sale la neve si scioglie.   

giovedì 26 settembre 2019

Millenovecentosettanta



Come si poteva sentire quella donna mentre andava, dove andava, si può solo ipotizzare. Anche dopo, al ritorno, in un messaggio vocale, si percepiva “solo” dignità. L’amarezza  per come era andata, l’angoscia per come si sarebbero dovuti evolvere i fatti, l’irrequietezza per non aver potuto chiudere la questione, unavoltapertutte, non apparivano, per lo meno non tornavano a galla. Dignità, cristo. Due visi spensierati in attesa. Quattro bracciaspiegate. Corpi vividi di chi non sapeva e non doveva sapere.  Poi la vita che continua a roteare. Non esiste un pulsante per mettere pausa ai respiri, agli sguardi, alle parole, alla rabbia. Esiste lo scorrere. Secondomesecondotesecondovoi. E’ una pellicola temporale dove si barcamenano dentro tutti, con i carichi di mente e di pelle. Uno zainetto allegorico dietro le spalle, che col suo peso, costringe volutamente a ricordare. Se sorridi si apre e tira fuori livore, se piangi non ti porge neanche un foulard. Quello che aveva lei addosso era capiente, non certo perché racchiudeva gli episodi di una lunga vita vissuta, ha solo quarant’anni, ma perche erano stati vissuti alla velocità della luce, senzarenderseneconto e soprattutto senza arrendersi al destinoferoce! Senza arrendersi alle occasionisbagliate! Tornava nella sua carreggiata, quella di dieci anni tondi e forse qualche attimo in più. Pioveva, perché in quegli istanti se non piove non sembra neanche vero. Allora dignità, quella della domenica in giro per la città con la schiena dritta;  quella di una lettera scarlatta scucita con forza, due secondi dopo l’uscita di scena del coprotagonista. Adesso, una leggera brezza settembrina le avvolge tutta la faccia e le ricorda, giocando d’anticipo sulla puntualità del carico di materiale impietoso sul dorso, che nonostante tutto c’è una magnificenza da liberare, c’è una patina da cancellare, c’è una vita da abbellire. 

giovedì 5 settembre 2019

Come abbiamo fatto, io non lo so… Volume 3



A credere di poter fare a meno della pelle usando la ragion pura; a non essere autentici neanche infacciaadunospecchio. Come abbiamo fatto, io non lo so…a non sgolarci dentro quel silenzio assordante; a non essere, minimamente, toccati da quel malcelatodolore; ad essere gonfi di una superbia che ci lacerava le facce.  Come abbiamo fatto, io non lo so…a credere nell’assoluzione per mano dello spirito santo; a camminare nella direzione deformata e contraria pur di non intaccare lagiàvendutadignità; a credere nella finzione, piuttosto che spalancare gli occhi sul quiedora; a dare credibilità, fosse solo per una cazzodivolta, alla nostra effettiva identità. Come abbiamo fatto, io non lo so…ad essere stati estranei a noi stessi anche dopo tutte quelle lenzuola sporcate; a non sentire, anche davanti al fattocompiuto, che l’odore era quello stantio della notte più nera. Come abbiamo fatto, io non lo so…a non affogare in uno stagno profondozeppo di fesserie; a non scoppiare, dopo esserci scorticati la mente; a non patire il gelopiùfreddo dopo che ci siamo detti a mai più. 


martedì 3 settembre 2019

Transito


Resterei se avessi il cuore gonfio. Resterei se avessi le parole per parlarti. Resterei se non fossi così nomade nell'anima. Resterei se avessi i piedi per terra e non a mille miglia da te. Resterei se avessi calore da darti, soprattutto durante le bufere. Resterei  se fossi un uomo che resta. Resterei se riuscissi a scrutarti anche tra tante te.  Resterei se non avessi in dote il dono dell’irrequietezza. Resterei se la mia pelle mi intimasse di rimanere. Resterei se guardandoti negli occhi scrutassi la fine dei giorninostri. Resterei se non avessi quella dannata voglia di valicare i turbamenti. Resterei se non servisse troppotempoancora. Resterei se dopo le continue gelate arrivasse qualche odore di sole. Resterei se avessi scelto di restare. Resterei se tu avessi scelto di non farmi andare. Resterei se non fossi troppo contorto con me stesso.  Resterei se ci fosse anche una sola flebile fiammella accesa dentro questo buio atroce. Resterei per restare, se non avessi deciso, “in un solo minuto, un attimo ancora” di voltarmi dall’altra parte.