A credere di poter fare a meno della pelle usando la ragion pura;
a non essere autentici neanche infacciaadunospecchio. Come abbiamo fatto, io
non lo so…a non sgolarci dentro quel silenzio assordante; a non essere,
minimamente, toccati da quel malcelatodolore; ad essere gonfi di una superbia
che ci lacerava le facce. Come abbiamo fatto, io non lo so…a credere
nell’assoluzione per mano dello spirito santo; a camminare nella direzione
deformata e contraria pur di non intaccare lagiàvendutadignità; a credere nella
finzione, piuttosto che spalancare gli occhi sul quiedora; a dare credibilità,
fosse solo per una cazzodivolta, alla nostra effettiva identità. Come abbiamo
fatto, io non lo so…ad essere stati estranei a noi stessi anche dopo tutte
quelle lenzuola sporcate; a non sentire, anche davanti al fattocompiuto, che
l’odore era quello stantio della notte più nera. Come abbiamo fatto, io non lo
so…a non affogare in uno stagno profondozeppo di fesserie; a non scoppiare,
dopo esserci scorticati la mente; a non patire il gelopiùfreddo dopo che
ci siamo detti a mai più.
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giovedì 5 settembre 2019
martedì 3 settembre 2019
Transito
Resterei se avessi il cuore gonfio. Resterei se
avessi le parole per parlarti. Resterei se non fossi così nomade nell'anima.
Resterei se avessi i piedi per terra e non a mille miglia da te. Resterei se
avessi calore da darti, soprattutto durante le bufere. Resterei se fossi un uomo che resta. Resterei se
riuscissi a scrutarti anche tra tante te.
Resterei se non avessi in dote il dono dell’irrequietezza. Resterei se
la mia pelle mi intimasse di rimanere. Resterei se guardandoti negli occhi
scrutassi la fine dei giorninostri. Resterei se non avessi quella dannata
voglia di valicare i turbamenti. Resterei se non servisse troppotempoancora.
Resterei se dopo le continue gelate arrivasse qualche odore di sole. Resterei
se avessi scelto di restare. Resterei se tu avessi scelto di non farmi andare.
Resterei se non fossi troppo contorto con me stesso. Resterei se ci fosse anche una sola flebile
fiammella accesa dentro questo buio atroce. Resterei per restare, se non avessi
deciso, “in un solo minuto, un attimo ancora” di voltarmi dall’altra
parte.
mercoledì 15 maggio 2019
Come abbiamo fatto, io non lo so… Volume 2
Tutto il vuoto di questi anni che ci sembravano un pieno di
occasioni. Tutta la passione pensata con i piedi, invece che con la testa. Tutto
il rumore che ci ha stordito anche l’anima. Come
abbiamo fatto, io non lo so… Dopo le fitte andate dritte verso il ventre, senza
ritorno. Dopo le parole spese senza un conto da pagare. Dopo tutti quegli sguardi
che si sono rivelati ciechi. Come abbiamo fatto, io non lo so… A rimanere in
piedi, nonostante il vento forte delle contraddizioni non si sia mai fermato. A
rimanere fiacchi anche sulle nostre migliori intenzioni. Ad essere svegli
nonostante il sonno dentro. Ad essere coerenti dopo tutto questo falso in
bilancio. Come abbiamo fatto e, soprattutto, come faremo, io non lo so...
domenica 7 aprile 2019
Come abbiamo fatto, io non lo so... Volume 1
Avevo visto una foto. Poi il
silenzio. Avevo visto una foto con lo sguardo di chi guarda con libido. Ed ora
me ne vergogno profondamente. Poi il
silenzio dell’attesa. Una mattina. Il cielo trasparente della Sicilia. Fermo su
me stesso per circa un minuto. Cosa che non è mai capitata da quando sono nato.
Muto. Non riuscivo ad emettere parola, per me che ci campo di parole. Davanti,
che ti tocco con mano. Vorrei. Succederà, giuro. Felicemente tramortito di quel
tramortire che non sono più me stesso, ma sono altro da me e vorrei rimanere così.
Muovo la prima gamba e poi la seconda, con un ritmo che non è proprio di
nessuna persona umana. Ballavo un ballo inesistente, senza musica intorno. Ventre
pieno di algoritmi. Ipotesi, calcoli, istinto. Tre cose che si agitano con me. La tua voce
che parla e i miei occhi che ascoltano. Allargo la visione. In un secondo: la
foto, il silenzio, la verità. Pezzi singoli che chiudono e aprono il cerchio
come delle nuvole che muovono davanti al sole. Perdita di ogni tipo di
inibizione. Abbiamo squagliato i tempi. Ora se fosse possibile vorrei che ci
teletrasportassero su di un pezzo di vita solonostro. Potremmo dirci tutte le cose senza dover per
forza aspettare e cogliere l’attimo. Potremmo sprofondare in quello che è stato
e che, vorremmo, sarà. Sentire se i battiti nostri sono all'unisono. Toccarci la pelle
per capire molte cose senza dovercele dire. Silenzio. Poi i titoli di coda. Ma
se ho lasciato correre la mia vita tutte le volte che ho voluto, ora no, non è
così. Ora, più di mai, ognisantogiorno, sei respiro.
martedì 15 gennaio 2019
Up town
Una sera d’inverno
Cammino pigro sulle pietre
della storia, contemplandomi attorno per non farmi privo del paesaggio.
Il vuoto che riempie lo spazio
durante questa stagione dei freddi è sicuramente usuale, ma non di rado accorda
corroboranti scenari.
Sul mio viso respirano zefiri,
e in un baleno impercettibile si plasmano reminiscenze vissute in caldura.
Chiudo gli occhi per
sopravvivere al violento gioco delle parti.
Non ho energie da prestare alla
fatica; non ho idee da mischiare tra le mie mani. Seguo in modo impercettibile
l’estenuante flusso delle immagini, correndo l’azzardo di essere schernito.
Quello che ha valore in questo
istante è non cedere definitivamente alle larghezze dell’amore.
Sul margine più apicale mi
identifico con l’osservare, e contengo ancora l’eccelso luogo delle mie
visioni.
Il sapore delle evasioni mi
recinge.
Non condivido l’estrema
richiesta e imperterrito mi lancio sugli effluvi di un varco epocale.
Percorrendolo fino in fondo non
si vedono colori, ma solo oscuri vuoti che mi riportano, fulminei, alla densa
realtà.
martedì 25 settembre 2018
#inbilico
Il suo profumo mi
aveva attraversato l’anima. La seguii con gli occhi fino alla punta del Circeo,
poi scomparve, come fanno il giallo, il rosso e l’arancio dopo il tramonto; come
fa un amore quando incontra un addio. Nei secondi che formavano il mentre avevo
provato a versare due/tre sillabe al vento. Questa maledetta sensazione di non
risolto che ricorre ogni volta di più. Quando sei tronfio verso il futuro hai
bene in mente i connotati, ma poi fuggi dal ricordo. Una compresenza di visi,
corpi e quanto tempo avrei voluto per dirle che se c’è una certezza è
rappresentata dal fatto che sono sempre stato di fianco facendo volutamente
scena muta. Il gioco mortale del non dire, lasciarsi dire e poi comunque
morire. Dovrei rompere con la testa la cortina di resistenza edificata dal
passato. La verità è che si tratta di istinto naturale che spesso si risolve in
sopravvivenza. Tipo come: “le strade per
farmi del male non le sbaglio mai”. A quel punto, in quel preciso battito di
ciglia non è più passione, è già diventata l’ennesima immaginetta da
appiccicare. Maledetta pelle che non si decide mai di decidere al posto mio. Se
solo si potesse avere un risolutore. Una controfigura che assuma in un solo
colpo quello stordimento nella pancia necessario alla combustione di
un’attrazione. Anche se così facendo si arriva alla perdita di credibilità
proprio con se stessi. Un finale che nessuna persona umana dovrebbe avere,
volere, potere. Ora sono qui, stordito, mi siedo sbilenco e aspetto ancora un
altro giro…
venerdì 21 settembre 2018
#evvivaglisposi
La prima ad entrare nella mia vita è stata Roberta. Taciturna, timida, nascosta, giovanissima viveva all’epoca i crampi di una vita a suo dire spericolata. Non molto dopo ho conosciuto Roberto. Rigoroso, come la sua professione (ingegnere), scrupoloso, come la sua professione, tenace. I due si sono studiati, ispezionati, analizzati. Questo perché la loro natura non contempla l’istinto, ma il ponderare, sempre e comunque. Mentre si cercavano, io da fratello maggiore, o meglio da zio, li studiavo a loro volta. D'altronde sono cresciuto in un tempo dove in tv spopolava il gioco delle coppie. Roberta e Roberto, per me, hanno sempre avuto ed hanno gli stessi colori, lo stesso ritmo, la stessa visione delle cose, lo stesso impeto nel fare; hanno avuto ed hanno la luce di quei ragazzi nati in provincia, che vivono in provincia, ma che sono, consapevolmente, cittadini del mondo; avevano ed hanno lo stesso sguardo disincantato sul qui ed ora; la stessa espressione appuntita quando devono far valere le proprie idee; lo stesso sdegno per la banalità; avevano ed hanno le stesse, originali, speciali e anticonformiste ragioni di vita. Perché vedete io credo che la favola che i poli opposti si attraggono è abbastanza bugiarda, ingannatrice, una favola appunto. La realtà è ben altra cosa. Se c’è una regola non scritta in un rapporto tra due persone è certamente quella della condivisione, ma non di parole dette un tot al chilo, frasi lette sui baci perugina, o quella delle domeniche mattina in passeggiata al mercato con la macchina lucida. La condivisone di cui vi parlo/scrivo è quella, assoluta, degli occhi negli occhi. Quella che potrebbe sembrare una semplice azione è, nei fatti, il sale di una relazione. E’ in buona sostanza la certezza di non mentire a se stessi e all'altro. Ed io li ho visti i loro quattro occhi che si parlavano, si denunciavano, davano voce ad un’idea, ad un’impressione, ad un ragionamento; li ho visti i loro quattro occhi che si sorridevano, oppure, come giusto che sia, litigavano. Davano e danno vita alla verità. Sia chiaro io non ho la presunzione di sapere con certezza assoluta se questa sia la strada più asfaltata per la fatidica felicità, d'altronde, come dice in una strofa di un brano, il cantante preferito della sposa (Manuel Agnelli degli Afterhours), “La chiave della felicità è la disobbedienza in sé a quello che non c'è”.
Antonio Di Trento (testimone della Sposa)
Fondi, sabato 15 settembre 2018, Castello Baronale
Sposi: Roberta Nadir Marangon e Roberto Cavolo
Officiante: Giorgia Salemme
Sposi: Roberta Nadir Marangon e Roberto Cavolo
Officiante: Giorgia Salemme
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