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giovedì 15 ottobre 2015

Un forse è per sempre.

L’estremità, ognisantogiorno, è il coraggio! 
Cercare di ingoiare il sale dei giorni più neri per seguire nuovo stupore.  Come una catapulta medievale tiriamo sguardi per ogni singolo movimento di passi. Poi, senza confronto alcuno, suoniamo la ritirata. 

Ancora una volta il gioco crudele del comprimere e non liberare si prende inesorabilmente tutto lo spazio della scena. Senza chiedere consenso e allontanando dal campo qualsiasi atto impuro la traiettoria pianificata dall’inconscio rimane meticolosamente la stessa: un palpito percepisce un lineamento e in pochi e quasi impercettibili secondi, mille ragioni bruciano al sole del passato disatteso.  

Non importa l’età e le lacrime che scorrono nelle vene, quello che conta è diventare eroi di se stessi.  Le voci di dentro non dovrebbero partecipare alle riprese del film, ma tacere in memoria del fiato versato. Le certezze sì, quelle hanno un valore imperante, sono l’annuncio agitato dell’avvenuta intesa. Bisognerebbe trovare una pausa a questo non fermo istante. 

Se solo si potesse razionalizzare quel dato momento; se solo si potesse stordire ogni soffio d'aria malato di titubanza. Che lavoro straordinario sarebbe sollevare un filo di sospiri, disegnare con le dita un cenno verso quel nome sconosciuto, e perdere volutamente l’equilibrio insieme. 

lunedì 21 settembre 2015

Una!

Per correre, tenere il passo, inseguire insomma, c’è bisogno di fiato. Poi c’è anche il risvolto della medaglia di chi non vuole correre, non vuole stare al passo, non vuole inseguire, nonostante ne abbia da vendere. Sicuramente una mediazione tra le due condizioni è possibile. Si può stare fermi con il naso puntato in aria. Trattenere il respiro, respingere quegli occhi che pretendono di bagnarsi in totale autonomia. 

Si fa un gran parlare e scrivere di limiti, confini, e cuori che non si spingono oltre. 'Io vorrei, non vorrei, ma se vuoi'. Questa ed altre sentenze vengono comprate un tot al chilo. Un gioco sadico che non solo annienta il presente, ma rovina gli autunni della nostra vita. E’ non sarà il freddo a provocare sollievo. 

Un giorno, più giorni e poi oblio. Sarà quell'isola del mediterraneo, o la perla del tirreno, e quelle foto scattate alla moviola. Se non va bene la rifacciamo. Magari si potesse ri-scattare una porzione di tempo. Per un attimo e non di più, un rewind delle scene da tagliare, quelle da rifare, e le parole da misurare anche se gridate al vento. 

Risolvere le andate e i ritorni nella terra dell’incomunicabilità. Ma poi, durante le ore di sonno sveglio arrovellarsi lo stomaco per spingere l’asticella delle altrui volontà sempre più su. Non è vivere, non è sorridere, ma è schianto. Per una volta, solo per una volta, attraversate la strada bloccando il traffico e bussate a quella smaniante porta: “Scendi, sono una vita sola e voglio dividermi con te”.

Coccoluto in me!

In bilico tra il buio del mare e il cielo spianato di stelle, abbiamo visto rialzarsi ogni certezza vana. Quel suono che arrivava dal futuro, dal passato e di nuovo futuro. Un gioco imponente di cultura che trasmette cultura. 

Potremmo usare le solite parole: emozioni, suggestioni, brividi a profusione. Ma questa è scrittura da parvenu, noi siamo frutto di qualcosa che non ha sembianze, ma rivive nelle nostre attitudini. Mille miglia fa non avremmo mai pensato di colmare l’inconsueto, di trovare ancora originalità. 

Diciamoci la verità: chi può permettersi di definirsi atipico, oggi? Una notte come tutte le altre si è palesata poi come l’unica possibile. Due giradischi, una consumata borsa di vinili, una cuffia per la vita, e che vita! Sorvolando ogni tipo di destinazione, pur stando fermi immobili sul mediterraneo, abbiamo visto e sentito cose che difficilmente trovano parola nei racconti. 

Grazie Claudio, Grazie.

1971

Oggi, proprio oggi, non servono parole, non serve tormento, ma solo sogno. Il destino di chi nasce col caldo e la sabbia nelle scarpe. Ma “io musico ambulante vorrei stare in cento case o in un motel”.

Non ho mai carpito la tristezza nuda e cruda, ma credo eternamente a quella corroborante. Quegli attimi di pelle alta due metri che pure se tornano alla mente ambulatori di sentimenti trovo ricovero nelle cose più banali, ma per banali che siano sono lì, dietro alle mie spalle, davanti ai miei pensieri. “Sì, non ci si può fidare di uno che vivrebbe bene in un motel”. 


Di corsa, come sempre da una vita. Senza badare al fiato che manca, alle persone che ti si parano davanti. Poi, come semplice arrivo, l’idea mai definita di approssimazione. “Via, mentre sto parlando tu sei già lontana, è passato il vento e non ci sei più, forse ti vedrò volare sullo stesso mare”. 


Se non oggi, quando? Che per quanto non me ne importi dentro a questo sangue scorre il rosso di quella notte del settantuno; che per quanto non me ne importi dentro questo sangue scorre la vita vissuta biasimando la responsabilità. Sempre in bilico tra gli umori del passato e la non curanza di domani. “Parli ma non sento, c'è ancora troppo vento, non c'è niente di fermo, di certo, e nemmeno tu”.

sabato 5 settembre 2015

Io sono qui!

Sono rimasto quattro corte/lunghe ore in piedi, appoggiato al telaio della finestra del balcone. Davanti solo il muro color giallosmarrito del palazzo di fronte. Senza sapere come, pur  trovando mille motivazioni, ero in attesa di alcunché, che evidentemente non sarebbe mai arrivato. La sensazione postuma di fare qualcosa di insensato per più del dovuto mi ha sfiorato la mente e poi si è distrutta vana sul marciapiede di sotto. Ad ogni tocco godevo dell’idea, cementatasi in fatto, che ero lì da tempo senza aver arcato nemmeno un sopraciglio. 

Ero in piedi, ma disteso sui pensieri già passati. Ho così ripescato attimi che credevo letteralmente sotterrati. Paure, incredulità, testamenti. Non lo so se si trattava di solitudine. Passavano persone, cose, animali, t e m p o. Inesorabile ero lì, dritto come un vestito steso. Fluttuavo tra l’idea di cosa avrei fatto senza amore e cosa avrei fatto per amore. Ma anche se mi arrivavano risposte dall'inconscio, come si fa a bollare per sicure delle invisibili vibrazioni? Come si fa a sottoscrivere certezze dopo aver visto e sentito montagne di cenere? 

Era ottobre, i primi giorni del mese. C’era quel soffio  unico ed indescrivibile. Io, vestito di poco, non muovevo la spalla dall'infisso. Gli occhi non lasciavano andare i dintorni. Fermo immagine di me stesso, senza sapere quando sarebbe arrivata l’ora dei saluti. In questo concerto di stupori mi arrovellavo le corde dell’anima per un fascio di luce. Anche questo è passione. Miracolosamente fuggivo dalla timidezza e mi impuntavo sul valore del presente. Ma l’azione, unica vera chimera, passa attraverso una inesorabile quota di coraggio. 

Incomunicabilità e temerarietà: scopro non piacevolmente che vanno di pari passo. Saper fuggire dal dubbio dello scontro per poi lanciarsi a capofitto. Non è più teoria, è utilità. Le rarissime volte che ho oltrepassato la cortina è stato con inganno. Sono pezzi di vita che mi sono costati pugni di carezze. 

Mi sorprendevo così della attitudine di lei di voler sfidare il mondo sempre e comunque. Non fermavo il montaggio mentale dei desideri. Riscoprire dopo tanta generazione di voler soffrire ancora non è bestemmia, è follia! D'altronde una vita che resta appesa sul marmo non  può per niente al mondo definirsi usuale.  Non sapevo nemmeno che ore erano. Non volevo interrompere il viaggio pur stando fermoimmobile. 

Carico di niente miravo agli occhi. Carico di niente mi esaltavo del vuoto. Non c’era lei, non ci sarebbe stata, ed io avevo solo voglia di stare lì! Se pensate per metafore è presto fatto. Per stringersi a perdifiato c’è bisogno di sgomitare. Un pezzetto fragile di nanosecondo. Un prendere respiro, chiudere gli occhi e gridare a squarciagola: i o s o n o q u i. 

Antonio Di Trento

mercoledì 26 marzo 2014

Io, Peppina, e la febbre del sabato sera.




Mezzanotte di fuoco. Preparazione in corso. Solodisco. Sotto la doccia sento già strani brividi di freddo. Sono ipocondriaco io. Riconosco problemucci fisici come i cani trovano tartufi. Sono ipocondriaco io. Mi ammalo solo al pensiero. Nel mentre vago. Docciafreddacaldatiepidacocente. Mentre scende acqua mista a pelle d'oca penso al fatto che vent'anni fa, in questo stesso momento, facevo le stesse identiche cose. L'unica assenza (non in doccia sia chiaro) è rappresentata da due strani individui che rispondono al nome di Sartana e Claudio Fusco. Il primo vende libri ai cavadenti, il secondo fa il vice prefetto. Non è che non vengono più a ballare, anzi. Sono lontani. Nordest italiano. Nebbia, freddo, sabati sera scontati e ripetitivi. Abbiamo questa sindrome da PeterPan. Attenzione! Io ci ho provato a mettere la testa a posto: negativo. Vent'anni fa poi era ancora più suggestivo. Scoprivamo in quel periodo tante cose. Pensando con gioia malinconica alle notti che furono l'acqua mi scivola addosso e si impasta alla febbre. Ma il dovere mi chiama e non posso non andare. Il dovere sarebbe poi quello di salutare un amico, il dj Nello Simioli ospite della movida locale. 

Salgo in macchina, ma prima saluto facceconosciute all'Antipapa (Pub). Con me porto una cassetta di bottiglie di vetro vuote da riempire alla cannella della Pak. Acqua afrodisiaca. Midevicredere. Arrivo in disco, brividi che ho la febbre porcamiserialadra. In altri tempi ero nel lettone già da 24 ore prima. Ma che diavolo, sono diventato grande pure io, saprò badare ad una semplice influenza molto terrena e poco viaria? Saluto il dj, parlo con la fauna locale, e mi accomodo sul divano di pellebianca prodotto con le squame di alcuni indigeni oltre Ausoni. Alle ore 02 i miei occhi di cui non ho mai saputo il colore, non ditemi che castano è un colore, inquadrano l'unica cosa che sanno distinguere anche senza occhiali: la gnagna. In poche parole belle donne. Sorpresa, che neanche nell'uovo di pasqua, all'orizzonte la Dina e la Giuliana. Lo scrivo alla nord per darmi delle arie, come se non bastasse quelle che già mi do. Ça va sans dire. Le pupe in questione sono due bellissime ragazze che hanno una particolarità: ragionano. Scherzo. In pratica sono quelle che io definisco aventi Girl power: belle e capaci di intendere e volere. Tuttounprogramma. Le due compagne di movida sono apparecchiate che neanche a Milano durante la settimana della moda. Quandocivuolecivuole. Mi avvinghio a loro come l'edera fa con il muro. Sono talmente beato che non mi accorgo del fatto che la febbre sta salendo. Ho altre febbri a cui pensare adesso io. 

Ore tre e mezzo. Rompo gli indugi e dichiaro la mia disfatta. Offro un passaggio alle pulzelle ringraziandole della seratina, e in men che non si dica sono sottocoperta. 

Durante la notte entrano nella mia stanza nell'ordine: mio zio Elio che vuole per forza che io inghiotta pizza calda e wafer; mio zio Tonino con in mano la pianta che alcune settimane prima gli avevo chiesto, e vuole sapere dove metterla; il Presidente Napolitano che vuole darmi l'incarico per formare il governo. Nottefonda. Sudorefebbre e viceversa. In un angolo scopro mio padre che suona al sax 'Gut Luchy' accompagnato dai Duft Punk. Di fianco al comodino la sagoma del giornalista Francesco Carnevale che mi mormora in loop nell'orecchio il seguente ritornello: “devi fare bù, devi fare bù, devi fare bù”. Dove bù, cari amici (spero voi lo siate), è sinonimo di 'fare l'amore'. In realtà, tradotto nel suo gergo che è quasi una lingua, il significato è molto più, molto più, molto più come scrivere...rurale, ecco si rurale. La stanza è bella carica. Nel mentre Papa Francesco balla 'Get Lucky' sul mio comò. Ad un certo punto è entrata anche tutta la commissione della mia tesi di Laurea. Non c'è stato nulla da fare. Stesse domande, stesso risultato. Non sono riuscito a migliorarmi neanche di un punto. Freddosudorebagnatofinoalcollo. Salta fuori da un cassetto anche una delle mie prime fidanzatine. Irriconoscibile. Spero che la febbre salga ancora di più per offuscarmi la sua visione definitivamente. Se ne fanno di cose (uso un eufemismo) quando si è ciovani (scritto volutamente così). Oddio, mica solo quando si è ciovani...Ma questa è un'altra storia. L'orecchio sinistro ad un certo punto (il destro è febbricitante anche lui) si ipnotizza su di un particolare: Get Luchy è cantata in realtà dal vivo da David Bowie. Febbrecaldagelidadirompente. 

Ma è in un preciso e topico momento che mi risveglio colto da un insinuante, calibrato, autolesionistico, cervellotico e disperato dubbio: lei dov'è? Caspita è entrata la chiunque dentro questa stanza tonight, ma lei? Lei, amici (sempre che voi lo siate ancora), è Peppina. La panacea di tutti i miei mali; la cura interminabile ed insostituibile; un concentrato di tutti i medicigenerici del mondo e di tutti gli infermieri non assenteisti delle Asl italiane; la madreteresa portatile; un carrarmato della croce rossa; la prova provata che dio esiste e ho le prove, appunto; è il caldo quando ho freddo ed il freddo quando ho caldo; acqua quando ho sete e cibo quando ho fame; la luce al buio e gli occhialidasole con troppa luce; l'ombra nel deserto degli affetti e il sole nel grigio degli affanni. Peppina è mia madre. Pina. All'anagrafe Giuseppina. Ma lei non ama molto farsi chiamare così. Io la chiamo Peppina da un pezzo. Perché ad un certo punto stava diventando imbarazzante chiamarla Mammina. Mio fratello ad esempio la chiama Mamma con punte di Mammina. Ok ma mio fratello ha solo 35 anni. Certo, certo. Ore 8 di domenica mattina, mi alzo dal letto con questo grande proverbiale dubbio. Ho una sagoma fisica che mi riconosco avere solo quando ho l'influenza. Storto come una curva a gomito raggiungo il mio cellulare e digito in un attimo il numero di Casamadre. Neanche due squilli e risponde. Lei è sempre lì che attende. Non la freghi, non te la fai così a Peppina. Quando non risponde, nove su dieci, è successo qualcosa. “Peppina sono io, come mai ti telefono a quest'ora?” Gli faccio questa domanda per capire se è in forma. Fino a non molto tempo fa le bastava vedere l'ora in cui le telefonavi per sapere che c'erano problemi. Ma Peppina oggi ha qualcosa che non va, e la risposta non è quella che mi aspettavo: “Vuoi venire a mangiare qua è vero?” 

Lo sapevo, la gamba le duole a tal punto che non sta ragionando, sragiona. Le dico che stavo male. Da qual momento un silenzio percorre i venti chilometri che distanziano casamadre dalle quattro pareti rosa shocking di casa mia. Il mutismo di Peppina in questi casi è dolore vero. Lei, in quel preciso momento, sente male al posto mio. La febbre in un sol colpo mi si schioda di dosso e trapassa tutte le linee telefoniche del mondo. “Antonio io oggi non mi sento un granché, come facciamo...ti faccio venire a prendere da tuo fratello e ti trasferisci qui?”. Non sarebbe la prima volta. Circa dieci anni fa, una notte d'inverno a Roma, ebbi così tanta febbre che il giorno dopo mio fratello piombò all'improvviso nella capitale per prelevarmi come i marines fanno con i giornalisti caduti prigionieri in Afghanistan. Le dico di no, volevo rimanere in mezzo al rosa. “Allora ti mando tuo fratello con un poco di viveri”. Ma di che viveri parli Peppina, qui è un tracollo che neanche se stessi respirando schiacciato dentro una porta a soffietto. 

La giornata scorre lenta come uno sportello delle poste. Io non ho rivisto più nessuno in casa, se non uno strano tipo che mi ha portato una busta con alimenti e medicinali. Dormo e non dormo nella notte. Di sicuro passo metà del tempo in piedi con un cerchio alla testa che neanche un hula hoop. Cammino in lungo e in largo casa mia, che è pur sempre di pochi metri quadri e rischio così più volte di battere allo specchio dell'ingresso credendo inconsciamente che la stanza continui. 

Sono le otto di lunedì mattina. Manic monday. Suonano al portone. Non senza fatica rispondo. Sembro l'uomo delle caverne. Sembro Neanderthal. Una voce, unica e inconfondibile si insinua nel citofono. Peppina is here. Dopo svariate telefonate del giorno prima, centinaia di raccomandazioni che neanche la nonna di cappuccetto rosso, la mia cura è a soli dieci metri da me. Entra, e in un secondo prende in mano la situazione. Avete presente il personaggio interpretato da Harvey Keitel nel film cult di Tarantino Pulp Fiction? Quello che arrivava e in pochissimo tempo risolve ogni tipo di problema? Ecco, Peppina in quel momento è proprio Winston 'The Wolf' Wolfe. Si tira le maniche della sua felpa più su, e in men che non si dica mi fa bere del latte, mangiare dei biscotti e deglutire una doppietta amarissima di pillole. Mi ritrovo nel letto con uno strato di coperte addosso che neanche i vucumprà d'estate quando vagano per le spiagge con tutte quelle asciugami sulle spalle intenti alla vendita. Nel mentre lei riorganizza tutto il territorio. Passa il lunedì, ma non passa la mia febbre. Il cerchio rimane appeso alla mia testa, e Peppina mi chiede ancora una volta se voglio trasferirmi a Casamadre. Ma io desisto. 

Martedì mattina. La sento scendere dalla macchina. In un nano secondo le ho aperto portone e porta di casa. In un tempo ancora inferiore lei mi ha rimpinzato di cibo e medicine. Martedì pomeriggio sciolgo la prognosi, e dopo aver meditato a lungo, soprattutto durante la notte, mi convinco del trasferimento presso un nosocomio più adeguato (Tra le altre cose ho pensato che se fossero arrivati il ladri non avrei avuto neanche la forza di contrastarli. Caspita io non voglio perdermi l'occasione di sorprenderli sul fatto e fargli una rotta di ossa - che ho una rabbia in corpo che neanche Stallone Rocky-). Insomma trasferirmi in una struttura ospedaliera più idonea: casamadre. La sera poi, tra l'altro, cosa non di poco conto per me, inizia anche Sanremo. Arrivo in riva al Tirreno alle otto di sera. 

Nella macchina di mio fratello sembravano le Hawaii. Ho sudato l'acqua piovuta durante tutti gli ultimi giorni. Martedì, seranotte, in grazia di Dio. Sanremo scivola tra alcune novità e piacevoli conferme. Mercoledì mattina il cerchio però è ancora lì: indistruttibile. Il 38 fisso sulla ruota del mio termometro. La giornata si scioglie come neve al sole, ed è già domani. Dopo una dormita paragonabile a quelle che facciamo in tenerissima età, scopro che il cupo era scomparso. Il grigio con il quale guardavo le giornate piene di sole non c'era più. Ora il giallo, il blu, e quel rossodisera erano tornati. Peppina nel mentre mi aveva preparato tutto il bene del mondo. Spremute di arance che neanche la fabbrica della Fanta. Cibo che neanche alla fiera della porchetta. Cacchio è passata quasi una settimana e credo che adesso sia tempo di andare. Ritornare nel bel mezzo della casa rosa. Ritornare dove tutto era iniziato. Peppina ha provato a suggerirmi di rimanere. In realtà il suo non è un suggerimento, e quasi una preghiera. Si vuole assicurare che il pupo sia tornato quello di sempre. Ok, solo fino a domani, poi però non mi trattenere più. Un altro solo giorno nelle mani di Peppina equivale ad una settimana in un centro benessere Maurice Mességué. 

Sabato pomeriggio, è tempo di togliere le tende. Mi rimetto la tuta dei giorni peggiori, imbusto alcune cose, mentre la Pepa mi guarda triste come neanche quando sono partito militare nel lontano 1990. Non ho detto dieci, ma più di venti anni fa. Aprendo la porta le dico: “Peppina, tranquilla, domani magari vengo a pranzo qui”. Si chiude così un cerchio iniziato proprio una settimana prima e conclusosi come meglio non si poteva. Peppina, nonostante gli acciacchi di una vita che un poco le ha sorriso e un poco no, ha di nuovo combattuto a mani nude contro l'asiatica, oceanica, araba, sovietica, siberiana e ha stravinto. 

Mentre pranziamo domenica arrivano le prime avvisaglie di febbre da parte di mio fratello. Ecco in arrivo un'altra missione da compiere. Ecco un altro incarico che le arriva dal cuore. Coraggio Peppina, passerà questo inverno e con lui passeranno tutti i virus del mondo. Ritornerà l'estate. L'estate delle tue pizze e delle tue crostate. L'estate dei tuoi bagni alle sette di sera quando la nostra città non la cambi neanche con Miami. L'estate di quando hai baciato i Pooh nei camerini del Seven Up di Formia ed eri bella da togliere il fiato. L'estate che Lino ti fece conoscere il tuo idolo Don Backy. L'estate che mi tenevi sulle gambe ascoltando dal vivo gli Alunni del Sole e la loro indimenticabile Liù. L'estate dei tuoi sacrifici e delle nostre gioie. L'estate delle notti tuttiquantinsieme allo Zen, perché per noi la febbre del sabato sera è iniziata lì e non è ancora finita. 


venerdì 14 febbraio 2014

Se ti chiamo amore tu non ridere, se ti chiamo amore.

(Foto dal film Ubriaco D'Amore)


Arriva San Valentino è il sentimental love va in fumo. Nonostante il freddo canaccio di questo inverno zuppo d'acqua in alcune parti d'Italia causa amori in frantumo c'è un caldo che neanche alle Bahamas. Le coppie si scoppieno (appositamente scritta così), le coppe (tette) si gonfiano, i giornali si stravendono. Una storiaccia quella di Pirlo e Deborah (rigorosamente con l'H) dal finale annunciato. Non c'è partita, per il momento, tra Gigi portieronenazionaleitaliana e Alena. Il terzo incomodo lo sapete chi è, no? Ilaria D'Amico, la giornalista sportiva di Sky. In realtà i tabloid scrivono che Buffon ha chiarito tutto e resta con la Seredova. Ma si sa, certi amori fanno dei giri immensi e poi ritornano. Le coppie 'normali' invece che fanno? Si struggono. Si dilaniano. Si vomitano addosso tutto il male possibile per poi ritrovarsi abbracciati. Anche questo è amore. Oramai, nella fattispecie, parlare di mistero è veramente riduttivo. Bisogna anche evidenziare però una percentuale, se pur minima, ma viva e vegeta, di relazioni perfette, pulite, trasparenti...In pratica quelli che stanno insieme da non più di 3/4 giorni. Ci sono anche le coppie secolari, dove tutto fila liscio, al massimo lui si fa un 'fuoriporta' ogni tanto, magari mentre lei ha il ciclo e grida all'inverosimile la qualsiasi per 24 ore consecutive, ma non di più. Poi, nel giorno di Valentino soprattutto, una divagazione si deve dedicare ai single. Ovvero quella marea di persone che non battono chiodo. Attenzione, bisogna fare un ulteriore distinguo. Ci sono pure quelli che in questo preciso momento hanno scelto di smettere. Così, come i fumatori fanno con le sigarette. Strana categoria. Ad un certo punto della vita, causa amori finiti male o delusi dalle aspettative, chinano la testa come muli e decidono di: “vivere”. Sono dei palliativi di loro stessi. Proprio come i fumatori quando decidono di smettere. Mentono sapendo di mentire! Nà manica de buciardi (appositamente scritta così). La frase ricorrente è: “io sto bene così”. Ma che è una partita a poker? Siete dei 'vorrei ma non posso non autorizzati'. Dentro di voi, neanche tanto dentro, vorreste provare quel sublime fastidio alla pancia. Eccome se vorreste. Avete talmente tanta voglia di condividere amore che guardate negli occhi anche la figlia della pizzicagnola che fino a poco tempo fa vi sembrava una emerita cozza. Avete talmente tanta voglia di condividere amore che guardate negli occhi anche il figlio del pizzicagnolo che fino a poco tempo fa vi sembrava un emerito cannolicchio (con tutto il rispetto per i crostacei). Va bene, tranquilli/e, mica è un sacrilegio. Adesso bisogna vedere, solo, se questi non hanno impegni per cena. Ritornando invece a quelli che, numero esoso, sono soli perché vivono perennemente con l'idea dell'arrivo imminente dell'amore vero, ci chiediamo: esiste una fermata specifica? Questi cosiddetti amori VERI da che parte solitamente transitano? Ma sopratutto: come si capisce se son veri oppure delle patacche? Con tutte queste domande sembriamo la versione duepuntozero di Mike Buongiorno, che Dio lo abbia in gloria. Certo il sarcasmo che ci pervade è palese. Ma è inevitabile quando si tratta di parlare/scrivere/commentare i fatti dell'amore partendo dalla lettera A. Siamo al basico dei sentimenti. Milioni di parole. Interi universi che si confrontano sul tema. Miliardi di notti insonne arrovellandosi il cervello per cercare di capire. Capire? Una delle più ardue imprese di sempre. Da prima di Dio addirittura. Un solo risultato, oggi come ieri, spunta dal display delle nostre calcolatrici mentali: zero (0). Addizioni, sottrazioni, divisioni, moltiplicazioni non servono se poi, come un colpo di spugna, utilizziamo in maniera becera l'istinto. L'istinto ha fatto più danni del petrolio. Quello che pensiamo non è che l'indole emotiva vada completamente eliminata, ma deve esser tenuta sotto controllo. Maneggiare con cura e dosare tipo contagocce. Alla fine non avete risolto nulla, ma neanche avete fatto figure barbine. I complimenti vanno a quelli che stasera (venerdì 14 febbraio) festeggeranno, ma non quelli che fingono, che recitano, che bluffano, che imbrogliano solo per quiete vivere, ma a quelli che si amano dicendoselo mentre si guardano negli occhi. A quelli che se lo dicono con la bocca e ancor prima con la mente. A quelli che ogni giorno corronocorronocorrono anche solo per sfiorarsi. A quelli che passano la vita cercando di stupire il proprio partner. A quelli che trascorrono tutto il tempo rimasto in costante e continuo 'schianto'.

Antonio Di Trento