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giovedì 4 giugno 2026

Seneca al tempo di elezioni


Alla fine resta una considerazione semplice: è facile richiamare gli altri a determinati valori, molto meno è riuscire a conservarli nella quotidianità. E forse la coerenza si misura proprio lì, quando non c’è più bisogno di proclamarla.

"Oggi impariamo, domani vinciamo"


I conti che non tornano


Perché le parole, quando vengono scelte bene, riescono a coprire anche le crepe più profonde.

Un fallimento diventa “una fase complicata”, una disfatta si trasforma in “un’esperienza”.

Le macerie vengono fotografate da lontano, con la luce giusta, così da sembrare quasi paesaggio. Si costruisce una narrazione lucida, patinata, quasi eroica, e così chi ascolta, per un momento, ci crede pure. Poi però arriva qualcun altro che non si accontenta del racconto, e prende la calcolatrice.

Non per convenienza, non per vanità, non per propaganda. Lo fa solo per capire. E allora i conti iniziano a parlare una lingua diversa. Fredda, impersonale, spietata. Le somme non tornano.

I numeri raccontano perdite mascherate da conquiste. Gli anni celebrati come una scalata si rivelano un lento precipitare. Dietro le parole altisonanti restano debiti morali, occasioni distrutte, rapporti consumati, tempo buttato via. Ed è lì che la realtà diventa quasi imbarazzante da guardare.

Perché il problema non è aver fallito, chiunque fallisce. Il problema è aver passato anni a truccare il bilancio dell’esistenza, raccontandosi — e raccontando agli altri — una versione addolcita di ciò che è stato. Una mistificazione continua. Uno spettacolo costruito per non ammettere che le cose sono andate male. Molto male. Eppure anche davanti all’evidenza, davanti a quel totale terrificante che compare sul display, c’è sempre chi trova un colpevole esterno. In elenco: la sfortuna, gli altri, l’invidia, il sistema. Ovviamente, mai sé stesso. Ma la calcolatrice ha un difetto tremendo: non prova compassione. Non si lascia sedurre dalle immagini costruite, dai racconti epici, dalle pose. Lei restituisce solo il risultato finale. E a volte quel risultato è talmente crudele da far capire che il vero fallimento non è perdere.

È aver avuto bisogno di mentire per non guardare il conto reale della propria vita.


mercoledì 1 ottobre 2025

Ferro & Piuma





Quella sottile, impalpabile sensazione di aver fatto ciò che era giusto, di averci messo il possibile – o almeno ciò che credevo tale.

Cammino tra viuzze che, nei giorni passati, mi hanno visto scomposto, ruvido, trafitto dall’ansia; oggi, invece, mi osservano silenziosamente fiero, quasi devoto. So che questo stato d’animo può essere duro come il ferro, e nello stesso tempo lieve come una piuma.
Cammino, accompagnato da creature a quattro zampe che, con la loro presenza, mi stimolano e mi sostengono.

Ricordo l’amarezza, e poi la riscossa. Ricordo parole che mi ferirono e che cerco di dimenticare; mi sforzo di celare quei pensieri che ancora bussano alle porte della mente. D’altronde, soltanto i folli – e la mia stima va a loro – sanno veramente dimenticare. O forse non ci riescono affatto, ed è per questo che vivono oltre noi. Ma noi chi, poi?

Intanto quattro gocce di pioggia si disperdono tutt’intorno, liberando nell’aria il profumo dell’autunno, un profumo che il sole aveva fin qui soffocato. Ci vuole anche questo: il richiamo della natura, che insiste a farsi sentire mentre noi, ostinati, non prestiamo ascolto.
Spesso giustifico la nostra sordità con il peso di questa vita, dolce o amara che sia, che ci trascina ogni giorno dentro un labirinto di domande senza risposte. E tuttavia quelle domande ci impongono di pensare, agire, rimediare, soffrire. Un lavoro quotidiano che logora, che per alcuni si tramuta in tormento e per altri in nulla.

Apparteniamo a questa epoca, o forse siamo solo ospiti effimeri di un tempo sovraccarico: anni che traboccano di paradossi, ironie crudeli, opportunismi, follie, condizioni amare. Tutto, senza eccezione, ne è impregnato. E spesso, nel cercare una radice, attribuisco colpe – forse troppe – al Sessantotto. È come se riversassi lì l’origine di tanti fallimenti, politica inclusa. Un ’68 che non risolse nulla, che anzi lasciò cicatrici profonde, segnando negativamente un’intera generazione.

Che cosa ci resta, allora, di quegli anni estremi di rivolta? Confusione, ideologie effimere, posture ormai scadute e tuttavia ancora ripetute, fuori tempo massimo.

Ma il pensiero è lungo, e mi accompagnerà ancora.

Lo conserverò per una prossima foto.









giovedì 20 febbraio 2025

Fateci caso, vi prego!


 
Fateci caso, vi prego, quando il silenzio vi è finalmente d’aiuto per tutto quello che avete sentito, per tutto quello che avete sopportato. Quando le parole si fanno enciclopedie e le voci corrono più della luce. Fateci caso, vi prego, quando l’aria non è quella della stagione che vivete, ma quella di un posto indefinito nel mondo. 

Fateci caso, vi prego, a come le cose si moltiplicano, mentre noi siamo appena preparati per approdare solo su una di esse. Così si complicano gli attimi e il normale svolgimento della vita diventa fatica. Basti pensare che, versando poca acredine, il tempo, per primo, ce ne sarebbe grato. Invece no. Testardi noi, peggio ancora il nostro istinto. 

Fateci caso, vi prego. All’armonia tra i visi, che non si scambiano più sorrisi. All’orgoglio che ha decapitato sentimenti, amori e pentimenti. Alle corse fatte per arrivare primi, ma dopo il traguardo piangere, perché siamo e saremo terribilmente soli. 

Verrà un’altra ESTATE e, vi prego, fateci caso. Avremo sempre quell’aura di chi non vuole appassire, non vuole scomparire, ma sentirsi sempre e indistintamente quelli del sale sulla pelle, della musica tuttaintorno e della notte che non DEVE finire mai.

lunedì 18 novembre 2024

Soppressioni di novembre

Spingi forte. Cosa? Pensa forte, quasi violentemente. Tieniti stretto al parapetto, non farti ammaliare dalle richieste che arrivano da giù, da sotto. Se cadi, ti rialzi sì, ma non sempre sulle tue gambe. Respira forte, anche controvento.

Lascia fuori le tossine sbagliate, quelle scadute, proprio quelle. Stabilisci un contatto con il marziano che vive dentro di te e che ripetutamente ti dice cosa devi fare. Cosa non fare, invece? Placa la pesantezza, media con la leggerezza e con la superficialità che non manca mai sui marciapiedi. Gestisci l’inganno e carica l’obiettivo.

Passa le giornate edificando cemento e non ragnatele. Cerca di trasferire la ragionevolezza insita in tutte le persone dotate di comprensione e, quindi, si spera anche in te, nelle cose da fare e da rifare. Capisci quando è il momento di farti scivolare addosso anche le parole più grasse dell'alfabeto del rancore.

 

Agisci dopo aver deglutito e non prima di aver ricevuto il colpo. Riguarda il film mandando il nastro avanti e indietro, se necessario, come un ossesso. Fermati prima della fine, perché dopo la fine non c’è neanche più l’oblio, c’è il non ritorno. 

giovedì 7 novembre 2024

In morte di Q



Quincy Jones aveva 91 anni e, a parte quelli dell’infanzia, li ha trascorsi tutti con le note in mano. Quincy Jones era, indubbiamente, un genio. A Chicago, il padre gli regala una tromba e lui, a scuola, impara a suonarla. A Seattle, alto poco più di un tavolo, conosce Ray Charles: suonano di giorno e di notte, piano e tromba, tromba e piano. Cuciono e scuciono partiture. Chissà se qualcuno ha mai profetizzato cosa sarebbero diventati. A 18 anni potrebbe studiare al Berklee College of Music di Boston, ma la musica da suonare prende il sopravvento su quella da studiare, e parte in tournée con un certo Lionel Hampton. Quattro anni di su e giù, durante i quali scopre di avere una particolare propensione per comporre e arrangiare canzoni. Si ferma a New York e, come una macchina rotativa, arrangia dischi per Count Basie, Sarah Vaughan, e Dinah Washington. Non ne sbaglia una. Non ne sbaglierà una!

 

Se prima voleva solo suonare, ora sa che deve studiare. A Parigi è tempo di teoria e composizione musicale, ma anche di collaborazioni con Henri Salvador, Charles Aznavour e Jacques Brel. Bravo con le note, meno con i numeri, torna a New York in difficoltà economiche. Frank Sinatra, Barbra Streisand e Tony Bennett si affidano a lui. Hollywood chiama, e Q risponde. A Los Angeles realizza colonne sonore su colonne sonore. Momento topico: la sua creatività lievita, diventando “qualcosa” che va oltre. Oltre la circoscrizione dei generi musicali, oltre il pensiero produttivo dominante e limitante. OLTRE. Con finta incoscienza e fare certosino, elabora tutto il suo vissuto sonoro fino a quel momento: lo shakera, lo mescola, lo dosa, lo dilata. Nel ’74, il primo di una serie di pit stop: aneurisma cerebrale. Ma se nasci genio, non puoi durare poco. Gli è vietato suonare la tromba, ma non realizzare capolavori. Ed ecco Off the Wall di Michael Jackson: 30 milioni di copie vendute. Quincy Jones diventa di fatto il più potente produttore musicale al mondo. Orecchio teso in cuffia. Rimescola, rimugina, ruba futuro, ma per farne presente musicale. E ancora record: Thriller, 110 milioni di copie. Ancora oggi, il più venduto di sempre. Ancora oggi non c’è possibilità per nessuno di farne altre o diverse riletture di quelle partiture: sono righe zeppe di ispirazioni che non lasciano spazio all’improvvisazione.

 

Ovviamente, in questi anni non produce solo per gli altri, ma anche molto per sé. Nascono così veri e propri capolavori senza tempo, tra cui spicca The Dude. E poi ancora collaborazioni, tante, troppe da ricordare e impossibili da elencare. Piovono successi, piovono Grammy, piovono matrimoni. Nel 1985, forte della sua grande influenza nel mondo della musica, con l’aiuto di Michael Jackson, raduna molti dei maggiori artisti americani. In una sola notte realizzano un sogno, quasi un’utopia: We Are the World, una canzone nata per raccogliere fondi per le vittime delle carestie in Africa. Un episodio che non si ripeterà più, ma che stupì e commosse letteralmente tutto il mondo. Produzioni e ancora produzioni, un lavoro continuo e incessante: Aretha Franklin, Chaka Khan, George Benson, Donna Summer, sempre e solo per citarne alcuni. Tutte hit, nessun out. Gli ingredienti possono anche essere gli stessi, ma sono i dosaggi e il tocco magico che contano, e Q sa bene come fare; d’altronde, è un genio.

Inoltre, sia la sua biografia che il documentario girato da una delle figlie, disponibile su Netflix, sono un manifesto su carta e pellicola di quello che è stato il suo incessante e straordinario lavoro: un lavoro che sopravviverà al tempo e che ha ispirato e ispirerà generazioni di artisti. 


È vero, Q è morto, ma solo fisicamente!

mercoledì 11 settembre 2024

Settembre paraculo



Minaccia il tempo fuori, minaccia l'istinto dentro, il resto lo sa solo Dio. Settembre via di mezzo, nemico a prescindere! Occhi fissi in cerca di risposte mute ad esclamativi brutta copia di interrogativi. Arancione, poi giallo, poi rosa, poi… poi! Tramonti a ovest, per i daltonici, una visione indefinita. Post-it: cercare pensieri in affitto, apnee mai respirate, frasi dissipate. Settembre, quel rumore stordito riprende fiato: la musica è finita, sparpagliatevi. Post-it: perdere pezzi di carta mai scritti, mutamenti mai partoriti, pretesti brindati con acqua salata. Colpiscono in faccia, come i pugni di un pugile, tutte le questioni rispedite a un mittente sconosciuto: il destino. Ecco il calcolo matematico: mentire + immaginare + credere = scivola la vita, e non si può fare altro che scivolare!