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giovedì 4 giugno 2026

Lo spettacoliere


C’è sempre qualcuno che deve trasformare ogni gesto in uno spettacolo.
Non perché serva davvero. 
Non perché cambi qualcosa. 
Ma perché deve dimostrare che lui sì, “ha capito”.
Gli altri? Distratti. Insensibili. Superficiali. 
Lui invece no. Lui vede oltre. Lui sente di più. Lui sa.
E quindi via con azioni inutili spacciate per rivoluzioni, 
frasi vuote dette con tono solenne, 
gesti sciocchi raccontati come se fossero geniali.
Il punto non è fare qualcosa di significativo. 
Il punto è farlo sembrare tale.
E nel frattempo creare distanza: 
“noi” che abbiamo capito 
e “voi” che non siete ancora arrivati.
Se per sembrare migliori serve tutto questo teatro, 
forse il problema è proprio lì.

Il velato





Abbiamo un problema.
Succede quando il dibattito civile smette di essere un terreno di idee e diventa, invece, un esercizio continuo di insinuazioni.
C’è chi, anche oggi, preferisce raccontare una realtà fatta di ombre, retroscena e sospetti, come se dietro ogni scelta ci fosse sempre qualcosa da smascherare. È una narrazione che può sembrare efficace, soprattutto con chi è più incline a diffidare, ma che alla lunga rischia di impoverire il dibattito.
Perché alimentare tensioni è più semplice che costruire fiducia. E suggerire che esista sempre “qualcos’altro” da capire è più immediato che spiegare con chiarezza la complessità delle cose.
Il punto, forse, non è tanto cosa si dice, ma il clima che si crea. Un clima in cui il dubbio diventa regola e il sospetto prende il posto del confronto.
E allora sì, qualche domanda viene spontanea: è davvero questa la direzione che vogliamo? O non sarebbe più utile provare, ogni tanto, a parlare un linguaggio diverso — meno rumoroso, ma più responsabile?

Nostalgia canaglia

 



C’è una figura ormai conclamata nella nostra bizzarra società: il correttore civico. Non disturba — istruisce. Senza invito, senza dubbio, senza vergogna.
È quello che ti spiega come vivere mentre lui stesso annaspa nelle basi. Dispensa indicazioni, comportamenti, ammonimenti.
Peccato che, più che consigli, siano esibizioni:
di sicurezza vuota, di competenza immaginata, di un’autorità che esiste solo nel tono.
Ed ecco allora la maestrina improvvisata: severa, inflessibile, convinta. Un dettaglio sfugge — non ha mai imparato a indossare quei panni. Ma li sfoggia comunque, benché le vadano stretti, con una disinvoltura quasi ammirevole.
Nel frattempo le parole scorrono, tante, troppe:
non per capire, ma per stabilire; non per dialogare, ma per decidere — per gli altri.
E ogni mattina si rinnova il rito: sciacquarsi la bocca e decretare cosa è giusto e cosa è sbagliato, cosa dire e cosa non dire, quando parlare e quando stare zitti,
da un pulpito traballante, costruito — palesemente — su parvenze.
Morale della storia?
Prima di fare da guida, sarebbe utile almeno sapere dove si è. Perché orientarsi significa sapersi portare, non farsi trasportare.
Nel frattempo si vede benissimo, anche a occhio nudo: nani davanti alle vetrine, intenti ad applaudire ballerine alla loro ennesima giravolta.

Seneca al tempo di elezioni


Alla fine resta una considerazione semplice: è facile richiamare gli altri a determinati valori, molto meno è riuscire a conservarli nella quotidianità. E forse la coerenza si misura proprio lì, quando non c’è più bisogno di proclamarla.

"Oggi impariamo, domani vinciamo"


I conti che non tornano


Perché le parole, quando vengono scelte bene, riescono a coprire anche le crepe più profonde.

Un fallimento diventa “una fase complicata”, una disfatta si trasforma in “un’esperienza”.

Le macerie vengono fotografate da lontano, con la luce giusta, così da sembrare quasi paesaggio. Si costruisce una narrazione lucida, patinata, quasi eroica, e così chi ascolta, per un momento, ci crede pure. Poi però arriva qualcun altro che non si accontenta del racconto, e prende la calcolatrice.

Non per convenienza, non per vanità, non per propaganda. Lo fa solo per capire. E allora i conti iniziano a parlare una lingua diversa. Fredda, impersonale, spietata. Le somme non tornano.

I numeri raccontano perdite mascherate da conquiste. Gli anni celebrati come una scalata si rivelano un lento precipitare. Dietro le parole altisonanti restano debiti morali, occasioni distrutte, rapporti consumati, tempo buttato via. Ed è lì che la realtà diventa quasi imbarazzante da guardare.

Perché il problema non è aver fallito, chiunque fallisce. Il problema è aver passato anni a truccare il bilancio dell’esistenza, raccontandosi — e raccontando agli altri — una versione addolcita di ciò che è stato. Una mistificazione continua. Uno spettacolo costruito per non ammettere che le cose sono andate male. Molto male. Eppure anche davanti all’evidenza, davanti a quel totale terrificante che compare sul display, c’è sempre chi trova un colpevole esterno. In elenco: la sfortuna, gli altri, l’invidia, il sistema. Ovviamente, mai sé stesso. Ma la calcolatrice ha un difetto tremendo: non prova compassione. Non si lascia sedurre dalle immagini costruite, dai racconti epici, dalle pose. Lei restituisce solo il risultato finale. E a volte quel risultato è talmente crudele da far capire che il vero fallimento non è perdere.

È aver avuto bisogno di mentire per non guardare il conto reale della propria vita.


mercoledì 1 ottobre 2025

Ferro & Piuma





Quella sottile, impalpabile sensazione di aver fatto ciò che era giusto, di averci messo il possibile – o almeno ciò che credevo tale.

Cammino tra viuzze che, nei giorni passati, mi hanno visto scomposto, ruvido, trafitto dall’ansia; oggi, invece, mi osservano silenziosamente fiero, quasi devoto. So che questo stato d’animo può essere duro come il ferro, e nello stesso tempo lieve come una piuma.
Cammino, accompagnato da creature a quattro zampe che, con la loro presenza, mi stimolano e mi sostengono.

Ricordo l’amarezza, e poi la riscossa. Ricordo parole che mi ferirono e che cerco di dimenticare; mi sforzo di celare quei pensieri che ancora bussano alle porte della mente. D’altronde, soltanto i folli – e la mia stima va a loro – sanno veramente dimenticare. O forse non ci riescono affatto, ed è per questo che vivono oltre noi. Ma noi chi, poi?

Intanto quattro gocce di pioggia si disperdono tutt’intorno, liberando nell’aria il profumo dell’autunno, un profumo che il sole aveva fin qui soffocato. Ci vuole anche questo: il richiamo della natura, che insiste a farsi sentire mentre noi, ostinati, non prestiamo ascolto.
Spesso giustifico la nostra sordità con il peso di questa vita, dolce o amara che sia, che ci trascina ogni giorno dentro un labirinto di domande senza risposte. E tuttavia quelle domande ci impongono di pensare, agire, rimediare, soffrire. Un lavoro quotidiano che logora, che per alcuni si tramuta in tormento e per altri in nulla.

Apparteniamo a questa epoca, o forse siamo solo ospiti effimeri di un tempo sovraccarico: anni che traboccano di paradossi, ironie crudeli, opportunismi, follie, condizioni amare. Tutto, senza eccezione, ne è impregnato. E spesso, nel cercare una radice, attribuisco colpe – forse troppe – al Sessantotto. È come se riversassi lì l’origine di tanti fallimenti, politica inclusa. Un ’68 che non risolse nulla, che anzi lasciò cicatrici profonde, segnando negativamente un’intera generazione.

Che cosa ci resta, allora, di quegli anni estremi di rivolta? Confusione, ideologie effimere, posture ormai scadute e tuttavia ancora ripetute, fuori tempo massimo.

Ma il pensiero è lungo, e mi accompagnerà ancora.

Lo conserverò per una prossima foto.









giovedì 20 febbraio 2025

Fateci caso, vi prego!


 
Fateci caso, vi prego, quando il silenzio vi è finalmente d’aiuto per tutto quello che avete sentito, per tutto quello che avete sopportato. Quando le parole si fanno enciclopedie e le voci corrono più della luce. Fateci caso, vi prego, quando l’aria non è quella della stagione che vivete, ma quella di un posto indefinito nel mondo. 

Fateci caso, vi prego, a come le cose si moltiplicano, mentre noi siamo appena preparati per approdare solo su una di esse. Così si complicano gli attimi e il normale svolgimento della vita diventa fatica. Basti pensare che, versando poca acredine, il tempo, per primo, ce ne sarebbe grato. Invece no. Testardi noi, peggio ancora il nostro istinto. 

Fateci caso, vi prego. All’armonia tra i visi, che non si scambiano più sorrisi. All’orgoglio che ha decapitato sentimenti, amori e pentimenti. Alle corse fatte per arrivare primi, ma dopo il traguardo piangere, perché siamo e saremo terribilmente soli. 

Verrà un’altra ESTATE e, vi prego, fateci caso. Avremo sempre quell’aura di chi non vuole appassire, non vuole scomparire, ma sentirsi sempre e indistintamente quelli del sale sulla pelle, della musica tuttaintorno e della notte che non DEVE finire mai.